Giovanni e Clara: arriviamo a Firenze in treno, a Campo Marte ci accolgono un collega toscano, un perugino e un anconetano: siamo 5 in macchina e già provenienti da 4 realtà diverse. Iniziamo bene. Lungo il tragitto che ci porta al polo universitario ci confrontiamo sulle reciproche motivazioni e scopriamo di essere tutti autoinvitati. Non c’è imbarazzo, anzi! Speriamo proprio che gli altri atenei abbiano fatto lo stesso: nata come momento di confronto per le università della regione Toscana, preghiamo che l’assemblea, indetta per le ore 14 presso il polo Morgagni, abbia richiamato in realtà una partecipazione a livello nazionale.
Ci rendiamo poi conto di essere più di trecento. Con un po’ di ritardo sulla tabella di marcia, convogliamo nell’atrio e ci mettiamo in ascolto. Le persone sedute al tavolo si propongono come mediatori: il movimento nasce dal basso e non elegge leader, casomai portavoce o rappresentanti, per permettere un lavoro corale ma concreto. Ad ognuno è data la possibilità di portare il proprio contributo: si inizia con entusiasmo, i proclami incitano a proseguire con la protesta e gli applausi scoppiano molto di frequente. L’onda anomala con la sua creativa spontaneità è espressione di un movimento irrappresentabile che non accetta definizioni ma vuole avere coraggio e forza di imporsi nella storia. C’è grande fiducia: l’attuale e perverso meccanismo generatore di una cultura elitaria, costruita su baronie e nepotismi, va estirpato alla radice. Vogliamo essere terreno fertile: fin dall’infanzia esigiamo un’istruzione “plurale”, qualificante, stimolante. La crescita corrisponde ad un processo di formazione di identità sociale, di edificazione di coscienza critica. Cultura significa trasmissione di valori. E il discorso non estromette cittadino alcuno, siamo tutti coinvolti dal momento in cui tutti siamo stati istruiti, indipendentemente dai risultati professionali raggiunti, dal reddito, dalla categoria sociale: da questa consapevolezza nasce l’idea di collaborare con i lavoratori e di prendere parte alle prossime iniziative di mobilitazione (12 novembre a Roma, con i metalmeccanici della Fiom, 14 a Roma con il corteo dei sindacati, 15 e 16 con le assemblee generali studentesche). A questo proposito constatiamo la necessità di un ripensamento a 360°: non si tratta di arroccarsi presidiando l’attuale funzionamento del sistema (come spesso la stampa erroneamente sottolinea) ma di uscire allo scoperto, bilanci alla mano, con un disegno propositivo. Alcuni interventi, in effetti, apportano numeri concreti denunciando le spese folli sostenute dalle università (“sapete quanto vale la voce “consulenze” sul bilancio degli atenei? Provocazioni sì, ma del tutto dimostrabili). In materia di finanziamenti emerge tutta la preoccupazione intorno al tema delle “Università-fondazioni”: viene ribadito il rischio gravante sulla ricerca, quella pura e “disinteressata”, inevitabilmente incanalata verso una direzione precisa se incentivata da imprese/aziende private e, appunto, “interessate”. Anche ad Harvard, volendo citare il modello americano, il 60% dei fondi è emesso dallo Stato.
Tra gli studenti universitari riuniti si coglie talvolta il richiamo (nostalgico) alle lotte di classe, non manca mai la parola “compagni”, ma esistono atenei che vogliono farsi promotori di un linguaggio nuovo, forse meno anacronistico. L’ateneo di Ferrara, nel dichiararsi apartitico, abbraccia senza vergogna quest’ultima linea, il che non significa certo rimanere silenziosi di fronte agli scempi di piazza Navona, o omettere che il movimento si pone come antifascista. Ma, parliamoci chiaro, nel contesto attuale, l’antifascismo va concepito sostanzialmente come opposizione al pensiero unico, all’omologazione supina entro valori, tanto ampollosi nella loro esplicitazione formale quanto privi di contenuto, imposti dall’alto.
Giovanni prende parola, l’incipit è accolto calorosamente e l’esperienza ferrarese è portata quale esempio di concertazione ancora embrionale, ma di grande potenziale. Propone atti concreti: fissiamo delle date, organizziamo tavoli di lavoro. La difficoltà sarà grande e il tempo probabilmente si dilaterà: occorre tenere alto il livello di attenzione, informare, coinvolgere, esigere partecipazione. Tra gli uditori qualcuno è irritato: la parola “rappresentanza” puzza di oligarchia. Possiamo giurare invece che il contributo si limiterà (qualora venisse accettato) ad un lavoro di coordinamento, democratico e capillare, ma teso al raggiungimento di uno scopo alto: unione di intenti a livello nazionale.
Crediamo fermamente, e i passi marcati fino ad oggi a Ferrara ne sono dimostrazione, che una proposta costruttiva sia necessaria e nel momento in cui è nota a tutti la difficoltà di convogliare opinioni diverse entro un’unica voce, sosteniamo la modalità della votazione democratica, e il voto espresso diventi oggetto di elaborazione ulteriore. Snelli e pragmatici, o rischiamo di produrre belle parole che, purtroppo, esaltano gli animi ma non sono in grado di produrre cambiamenti effettivi.
I contatti con le altre università italiane sono allacciati, la rete pescherà nell’onda solo i pesci migliori (proposte valide, documentate, concorrenziali e supportate da apporti pluridisciplinari)…
…work in progress…